venerdì 5 maggio 2017

Giornata Nazionale dell'Arte dell'UCAI-Unione Cattolica Artisti Italiani a Palermo nella Chiesa di san Giiorgio dei Genovesi Sabato 6 Maggio

L'INTRODUZIONE AL VOLUME  
 Far dialogare i linguaggi e metterli in relazione è sempre stato un compito a cui ha atteso l’U.C.A.I. e che questa stessa rassegna propone ancora come esempio alto e confronto, anzitutto, spirituale, tra artisti che non credono alla loro onnipotenza ma si richiamano ad una fede trascendente che piuttosto li valorizza senza albagia. 
   L’artista, infatti, è un facitore di ponti fra la realtà e il suo essere e il manifestarsi idealmente nella realtà stessa, attraverso le proprie opere.
  Chi sostiene la scissione e l’autonomia dei linguaggi settoriali nell’arte, ha certamente una visione parcellizzata e non organica della creatività che gli deriva, invece, da un Dono che lo trascende e che egli stesso può affinare nella ricerca di un continuo perfezionamento. 
   L’arte ha così una specificità redimente che va perseguita o facendola e svolgendola come atto o fruendola come balsamo spirituale. 
   Tuttavia, è dalla natura che apprendiamo il significato profondo del fare arte, non solo come imitazione, ma come ri-creazione ideale e concettuale. 
   Ora, davanti allo svolgersi contraddittorio della modernità e all’avvento del nichilismo, l’arte diviene sempre più una necessità etica ed estetica al contempo, in grado di costruire possibilità di umanesimo che resiste alla barbarie. 
   A patto però che l’arte non diventi insensato minimalismo, incoerente pragmatismo, ricerca spasmodica del brutto. E ciò vale in tutti i domini in cui l’arte si manifesta: la pittura, la letteratura, la musica, la scultura, la parola filosofica, la cinematografia, appunto in manifestata unità, in oltreprassi, in autentica liberazione dall’ovvio.
   Anche i luoghi, come il castello a mare di Palermo, hanno un eminente significato simbolico, per ciò che rappresentano storicamente e per quello che metaforicamente ci propongono come riflessione ulteriore sull’esserci, sul divenire e sul nostro stesso destino. 
   Affidare il talento, quindi, non al narcisismo ma alla perennità cosmica è non solo auspicabile ma compito doveroso per ridare senso e significato ad ognuno, in grado di umilmente discernere e di potere rendere così testimonianza alla bellezza, alla natura, all’unicità della vita, che Dio ci ha consegnato e che abbiamo il dovere di preservare e affermare senza necessariamente piegarci alle mode e al tempo oscuro che viviamo. 

Tommaso Romano


lunedì 27 marzo 2017

AVVISO URGENTE - Cambio sede della Presentazione del libro di Elio Corrao

Per ragioni non dipendenti dalla Nostra volontà, preghiamo di prendere buona nota che la Presentazione del libro di Elio Corrao, HEL e altri racconti e successivo concerto, non si svolgeranno alla Libreria Mondadori di via Ruggero Settimo, bensì nella Sala Convegni dell'Hotel Mediterraneo, via Rosolino Pilo 43, a 50 metri dalla precedente sede, invariato l'orario, ore 17:00 e i Relatori.


sabato 25 marzo 2017

La luce del mito secondo Marcello Veneziani

Se ci fosse uno Stato serio in una Patria colta, partecipata e orgogliosa della sua identità, fucina di idee e di valori condivisi e autorevoli, riconosceremmo a Marcello Veneziani ciò che è stato tributato, da latitudini ideali diverse almeno nell’ultimo secolo, ad esempio ad un Benedetto Croce, un Giovanni Gentile, un Antonio Gramsci, a volte durante la loro vita stessa.
Ma siamo nella bella Italia del dolore ostello, come direbbe il Padre Dante, e ingnoriamo o cancelliamo la intelligenze vive, scintillanti, preziose.
Si marginalizza nelle frange, si legge poco e si studia meno, si affibiano cliches di zinco sempiterni e scontati, si odiano le passioni nette, forti, le scritture eleganti e incisive, il buon senso e il culto della icone della bellezza e della tradizione. Una iconoclastica infame e miserabile.
Perfino coloro che dovrebbero cercare l’Arca smarrita nella riva libera e in quella destra, impegnati come sono nel loro “particulare” vuoto pneumatico, come chiusi in un fortino di cartapesta, al massimo concedono qualche cenno, una labile recensione, un dibattito sul come eravamo. Vili e nani nel cervello, bisce nella vita.
Non troveremo Veneziani neppure paludato, in onore, ai Lincei e non sappiamo peraltro se sarebbe stato accolto alla Reale Accademia d’Italia.
Destino dei grandi. Sì, perché Marcello – classe 1955 di Bisceglie, vivente tra Roma e Talamone - è un grande scrittore, un pensatore eccellente, uno studioso attento, un pensatore autonomo e profondo, un saggista verace e commentatore televisivo, opinionista e giornalista mordace. E questo non va certamente a genio ai minuscoli camaleonti, agli scrittori e soprattutto ai critici gonfiati artificialmente nella greppia di laboratorio, ai protetti delle mafie saccenti delle egemonie culturali, agli accademici laureati di Metastasio e ai copisti imbelli di tesi di laurea altrui.
Che fare? Almeno dichiarare la verità.
Ho letto tutti i libri di Marcello Veneziani, avendo avuto anche l’onore – che vale l’intera avventura editoriale di Thule (si è tanto originali nell’ambiente, che hanno perfino tentato di copiarne l’etichetta viva ,vegeta e operosa sin dal 1971, pensate l’originalità e l’immaginazione a quale potere possano aspirare!). di pubblicarlo per primo nella periferia del decadente impero, qui a Palermo, nel 1976 con la sua Ricerca dell’Assoluto in Julius Evola.
Da allora, Veneziani ci ha consegnato un intero, raffinato scaffale, ricco di meditazioni, riflessioni costanti, memorie, narrazioni, interventi. Ha diretto settimanali, periodici, animando cenacoli, fondazioni e imprese nobilmente donchisciottesche e quindi autentiche.
Un riferimento, anche di stile umano e letterario, è stato ed è Veneziani.
Testi memorabili i suoi, che si incrociano con gratitudine nella memoria, quali architravi possibili e disponibili per avviare, almeno, una rinascenza delle idee che si fanno azione (Jean Ousset) che, a parole, tutti  auspicano e a cui pochi mettono mano in realtà con sudore, fatica e costanza.
Ne ricordo solo alcuni, di questi volumi di Marcello Veneziani, per me paradigmatici a cui peraltro ricorro spesso, ricordando inoltre le molte occasioni di presentazioni, dibattiti, incontri in tanti angoli e anfratti dell’isola e della penisola: Processo all’Occidente, La rivoluzione conservatrice in Italia, Comunitari o liberal, Di padre in figlio, USA e costumi, Elogio della Tradizione, La cultura della Destra, La sconfitta delle idee, Contro i barbari. Il secolo sterminato, Sud, I vinti, Rovesciare il ’68, Dio, Patria e Famiglia, Dopo il declino, Lettera agli italiani e, ancora, dopo questi saggi di filosofia politica e analisi metapolitica, non meno importanti i volumi curati e quelli antologici, fino ai nodali dedicati a temi esistenziali, con saggi filosofici e preziose scritture letterarie, come: Vita natural durante, La sposa invisibile, Il segreto del viandante, Amor fati, Un’ora d’aria, Vivere non basta, Anima e corpo, Ritorno a Sud.
Adesso, dopo aver letto e assaporato Alla luce del mito. Guardare il mondo con altri occhi (Marsilio, 2017), si può confessare di restare francamente incantati dalle straordinarie capacità  di Veneziani di condensare, con rara efficacia, ciò che altri studiosi hanno invece consegnato in tomi e volumi, a volte illegibili o mal digeribili, tronfi di petulante specialismo.
La prosa aforistica di Veneziani è invece sempre persuasiva nella profondità, in grado di avvincere con stile letterario e linguaggio personalissimi, seppur debitori, fortunatamente, di una lirica classicità. All’uomo di oggi, scrive Veneziani, “il mito non offre profitti ma fondamenti, non assicura vantaggi ma significati. Dona bellezza, irraggia gli eventi e illumina i volti”.
Il mito è ordine nella bellezza e tutta l’umana avventura ha come origine e come perpetuità il mito: l’amore, l’infanzia, la storia, la politica, ma anche il cinema e la pubblicità, gli atti significati della nostra vita. Nel triste oblio del pensiero filosofico e delle certezze una volta sostenuti dalla religione, davanti a scienza e tecnica egemoni non ci resta, dice Veneziani, che il mitopensiero, come orizzonte e bisogno, odierno e non antiquario, che comunque sopravvive, nel disastro della modernità, nel “deserto del sistema globalitario”. Il mito non è ipotesi, è una trascendenza possibile e non incapacitante, un bisogno di bellezza oltre il naturalismo, per un racconto profetico che unisce ieri, oggi e domani e serve  per elevare l’umano oltre l’economicismo, le oligarchie finanziarie, l’utilitarismo e la povertà dei contenuti specie nella politica odierna, che vivacchia senza grandi idee e motivazioni e con progetti debolissimi, mortiferi di delocalizzazione mentale, come uso dire.
Dai Greci ad Enea, a Dante a Petrarca, dalla grande musica all’arte possiamo ripercorrere le vie che evocano, non solo per conservare ma per riscoprire lo spirito, il sogno, per una “pedagogia di massa per educare agli esempi”, ai modelli da riscoprire e valorizzare di ciò che è “attiguo alla realtà”, diventando visione del mondo, di contro alle mitizzazioni negative, alle mitomanie imperanti, del subumano, al falso buonismo elevato ad assoluto, obliando il senso dell’equità e della giustizia.
Il mito non è la verità ma aiuta a scoprila, e non è un’invenzione o, peggio, una finzione è, dice ancora Veneziani, “la vista ulteriore che trasforma il nostro sguardo e apre altri orizzonti”, e ancora, “il mito è illuminazione. Non si basa su fatti, esperienze e giudizi, ma li illumina e li dota di senso, visione e destino. Oscurantismo è pendere dalle sole labbra della ragione”, dopo “i dubbi della ragione critica”, È, in sostanza, il “narrare e il pensare il mondo con altri occhi, sotto altra  luce”, e al contempo, seguendo Vico, è l’universale che investe ogni civiltà, ed “è cosmico, non è geo-storico”, si tramanda, può “fondare un nuovo sapere” sulle rovine.
Ed ecco perché, aggiunge profeticamente Veneziani, “Occorre un pensiero possente per affrontare la tecnica sconfinata e la mega-macchina. Il pensiero logico- matematico, al pari di ogni filosofia della  Praxis, conduce alla tecnica. Il pensiero da solo non riesce a competere se non si apre all’universalità dei miti, preparandone l’avvento. Solo un pensiero mitico potrà sfidare il potere sovrano della tecnica (e della finanza). La potenza autonoma di un’altra origine, di un’altra sovranità con un’altra destinazione”.
Quando i lavoratori fanno finta di fare gli insegnanti e ricusano il ruolo di educatori perché incapaci, cominciano ad impartire agli alunni da motivare eventualmente, luoghi comuni e discettano che l’avvento della filosofia fu, finalmente, “il superamento del mito, delle narrazioni fantastiche, dell’epica” che avrebbero oscurato l’avvento, finalmente, della ragione liberatrice dalla caverna, appunto, del mito, in tal pessimo modo il tragico si sposa con il grottesco, per terminare nel delirio dell’ombra della ragione, che infatti così produce mostri. “La perdita del mito genera ectoplasmi depressi o almeno annoiati. Senza mito la vita gira a fari spenti nella notte”, nel “buio del pensiero negativo”. Per questo Platone induce a ricordare, perché ogni conoscenza è reminiscenza, della baconiana sapienza degli antichi, e così che si dota una comunità di un “autobiografia ideale”, facendo coincidere, con Schlegel e i Romantici, la mitologia con la poesia che universalizzano l’esperienza oltre l’individualismo egoistico. È, in sostanza, lo stato aurorale che pervade. Dice ancora Veneziani, e noi lo sosteniamo dal nostro punto visuale mosaicosmico: “Il mito a noi appare il ritorno all’armonia del Kosmos, una forma ideale di ordine dell’universo, tutto meno che un caos: ogni cosa trova il suo rango e la sua spiegazione e si colloca come epifania ricorrente nell’ordine perenne del mondo. Non confusio ma connectio”.
Il mito è quindi extratemporale,
supera il tempo e le strettoie dell’io, gli altri sono futili surrogati temporanei propri del sistema della menzogna e della degradazione del piacere, come diceva Fausto Gianfranceschi, che drogano l’esistenza anche con la peste chimica e con quella che si spinge all’indifferenza impotente.
L’incalzante e  affascinante scrittura sapienziale di Veneziani non si limita a percorre sentieri che possono sembrare solo astratti o ideali, indaga e propone di rimeditare, nella pratica del divenire, una sorta di risacralizzazione di tutto ciò che può rendere armoniosa la città di vita: la musica, la poesia, il gioco, la pittura e la scultura, l’eros, lo sport, il grande stile nell’architettura e nell’urbanistica, l’atto gratuito del pensare oltre le proprie condizioni o frustrazioni, che non deve essere separato però “dal desiderio puro e gratuito di farlo, di cimentarsi”. Una purificazione possibile, che trova nel rito battesimale la liberazione dal peccato originale per redimere “la creatura dalla sua impurità nativa e restituirla al candore”, anche se “la purezza è fugace come la vita dei gigli”. Ma, attenzione, non bisogna confondersi con il naturalismo storico di un Rousseau, infatti il mito della natura è un mito moderno, non arcaico e per giunta artificiale. La natura non è pura ma va purificata, come tutto ciò che nasce al mondo. In origine è impura e feroce, come gli animali che la popolano e gli elementi che si scatenano; la natura è anche escrementi e lordure, è tutto ciò che è ancora grezzo, crudo e incolto; è l’opera umana, è il fuoco che cuoce e purifica, è l’acqua con il sapore che la deterge, sono la società, la storia, il rito, il processo chimico a redimerlo, detergerla, purificarla”.
Falsi miti accompagnano le nostre pene quotidiane, costruite a tavolino con scientifica precisione dagli strateghi perversi del villaggio globale, dagli illusionisti di falsi paradisi perduti e ritrovabili nell’illusione alimentata nella corruzione, nel vizio e nella trasmutazione antropologica e genetica (si pensi soltanto alla diminuita potenza procreativa del maschio e ad una generalizzata femminilizzazione che si propone con crescenti campagne mediatiche o quasi terroristiche nel nome dell’indistinto, della liberazione  sessuale assoluta e del progresso senza limiti, che fanno pure arrivare a registrare punte record di violenza a tutti i livelli, spesso senza alcune o risibili).
Non è quindi la luce del mito da riconquistare, una pretesa di purezza assoluta, aggiunge Veneziani, la quale invece si “accompagna di solito al fanatismo e all’utopia del paradiso in terra, cioè della perfezione nella vita e nel mondo. Talvolta la contaminazione, l’incrocio, è una ricchezza per le persone, i popoli, le cose rispetto la persistenza inerte nella purezza. (…). La vita  stessa sorge dalla combinazione delle differenze, dall’incrocio tra due corpi e due vite; la fecondazione è un’ibridazione tra un seme e un ovulo. Vivere è mescolarsi, la vita stessa sorge dall’incontro fra diversi. Parole chiave, assai chiare, contro ogni razzismo, ogni teoria aprioristica, a favore della vita. La pretesa di ridurre nel numero l’umanità, porta alla crescita sottozero, voluta da tempo immemore dallo gnosticismo laicista e libertario di falsi e scienziati che, invece, applaudono allo svuotamento “umanitario” di interi continenti onde sovvertire le feconde identità e costruire  una pseudo e sradicata cittadinanza mondiale con un governo dei “puri”, mondialista a guida tecnocratica.

La società perfetta è solo possibile nella mente di utopisti e futurologi senza realismo rispetto all’umano e sfocia o nell’impotenza a migliorare l’esistente o, peggio, nelle ghigliottine giacobine degli “illuminati”, degli “incorruttibili”, senza inoltre dimenticare che il perfettissimo è pure considerato dalla Chiesa stessa – almeno fino ad oggi, perché la mutazione investe radicalmente anche l’Ecclesia tutta – un peccato. Ascendere, aspirare alle vette, purificarsi, contemplare, ricercare e godere la luce sono, invece, vettori possibili di orientamento, necessari all’umano che, con la pratica della virtù, vuole sinceramente migliorarsi ed elevarsi nell’ambito di un consorzio civile.
L’esortazione evangelica vale, a tal guisa, ancora: “essere come serpenti e candidi come colombe”.
Tuttavia, nessuno può pretendere di possedere il monopolio della verità, pur sussistendo la Verità e il suo Principio, e Marcello Veneziani non manca di riferirsi, nel suo libro, anche e giustamente a San Tommaso d’Aquino e a Vico.
Certo “il pensiero mitico non offe soluzioni né affronta problemi ma cerca vie d’uscita, una volta compresa l’essenza tragica della vita, che non ha scampo. È la religione a prospettare soluzioni, è il pensiero critico a sollevare obiezioni. Il mito non pone obiezioni è una via d’uscita dal mondo, dal tempo, della condizione umana. Non fa della vita il valore supremo e il paradigma assoluto, perché è destinata a finire, come tutte. Se la vita decade e infine cessa, il mito invece continua. La vita si proietta nel mito. È, in sostanza, il costante riferimento di Veneziani che si coniuga con l’amor fati, con un destino che ci trascende. Il mito è, quindi, in tale ottica “visione dell’invisibile”. Per questo bisogna, oltre e contro il nichilismo, poetizzare la vita, con mente eroica, interrogare il Mistero e nutrire fiducia nel Ritorno che, per il cristiano, è la Parusia, il rimanifestarsi in terra di Gesù Cristo.
Per queste e molte altre ragioni Veneziani, con il tono solenne che si addice alle grandi e decisive opere, scrive: “Il mito attualizza l’eterno, eternizza l’attuale. Esporta la terra in cielo. È un ponte e consente passaggi di sponda altrimenti impossibili”.
Quante suggestioni, spunti, suggerimenti, confronti, non banalmente intellettualistici, suggerisce Veneziani con questa e con l’opera sua intera fino ad oggi e che, ne siamo certi, si arricchirà, magari rileggendo da par suo, la forza anagogica che è pro­pria pure del simbolo. Senza, sia ben chiaro, oltre l’indiscutibile ammirazione, far diventare imperativo il suo pen­siero come ideologia totalizzante, insieme alle sue fervide ricerche, ai suoi studi, alle sue interrogazioni, alle sue splendide proposte e visioni. Non per amore di relativismo, né per riserve sorprendenti e dirimenti. Solo perché la lucentezza può meglio rivelarsi all’anima con apporti plurali, come nel collaudato metodo seguito dallo stesso Veneziani, perché non antitetici.
Ed è questo- fuori dagli schermi dell’ovvio o del fanatismo che non ci riguardano - che Marcello Veneziani ci propone costantemente di fare, per conservare almeno il senso e la verità della Bellezza.

Una lezione, insomma.

giovedì 9 marzo 2017

L'identità perduta del Policlinico di Palermo

di Tommaso Romano

     La cosiddetta intellighentia palermitana vive di croniche amnesie e di rimozioni da sonno profondo, mentre si crogiola nella denuncia del sacco osceno (che così fu e resta, sia chiaro) della città armoniosa del liberty nelle nostre arterie principali. Presi da sacro furore pure gli stessi eredi che vendettero per sciatti magazzini e appartamenti alle imprese rapaci, alla mafia e alla politica dei truffaldi in combutta, e nel quasi silenzio tombale dei più, piangendo calde lacrime ancora e giustamente per Villa Deliella e collezionando cartoline e libri illustrati del bel tempo andato per curare il lutto e lo scempio consumato. Così consolandosi e mettendo a posto la coscienza e non proponendo altro, in concreta sostanza, che la conservazione dell’esistente, fatto di orrendi palazzoni posteggi, autolavaggi e depositi. Se qualcuno – come è avvenuto in tutta Europa per altre distruttive barbarie – indica la via della rinascita volendo ricostruire o almeno eliminando gli orrori esistenti e restaurando-risanando, lo stresso fronte conservatore (i veli conservatori del brutto) insorgono e tutto resta come prima.
La viltà domina sempre sovrana insieme alla supponenza dei “colti” e “illuminati” di Palermo e dell’isola intera.
La “capitale italiana della cultura” (forse qualcuno ritiene abolita la storia, per dire che non siamo mai stati una capitale? E che non sarà certo un tram ingombrante e un divieto di transito o un decreto burocratico a far tornare capitale il bel centro storico), di cui si cantano meraviglie a priori, non si sa se per progetti di rinascita o per presunti nuovi spazi di vivibilità ora effettivamente negati e da invece ricostruire e reimpiantare veramente. Ancora si  è stati e rimasti silenti (o se non me ne sono accorto chiedo venia anticipatamente!) su uno degli ultimi delitti perpetuati in questa mia città infelice: la sistematica opera di sventramento e sfiguramento di quello che fu il Regio Policlinico Universitario di Palermo. Naturalmente dato che questo fu concepito, voluto e realizzato per volontà dei politici e amministratori dell’odiato ventennio (insieme alla monumentalità del tempo), qualunque colpo inferto diventa così e per queste miserande ragioni, chirurgicamente positivo. In realtà dovrebbe almeno leggersi la storia architettonica e  urbanistica e conoscere l’architetto Antonio Zanca (Palermo 1861 – 1958), migliore prediletto allievo di Damiani Almeyda che a seguito del Regio decreto del 1926 riuscì a completare una esemplare cittadella della salute nel 1939 consegnando una delle poche, autentiche opere pubbliche di rilievo dall’Unità ad oggi. (cfr. su tale argomento Paola Barbera e Maria Giuffrè, a cura di Un archivio di architettura tra Ottocento e Novecento disegni di Antonio Zanca 1861-1958, Biblioteca del Ceridi, Palermo 2005). Non parlo degli eterni lavori in corso nello stesso Policlinico (una giungla dal 2007), parlo invece di “nuovi” padiglioni che potevano ben essere costruiti in altri spazi vuoti (sempre peraltro adibiti a parcheggi ed è quasi un destino) adiacenti o ponendo meglio mano finalmente al risanamento della vicina via Monte Grappa e adiacenze di ulteriori ampie zone e con il coraggio culturale e civile di abbattere finalmente case fatiscenti e invivibili dell’intera zona consegnando ai cittadini case adeguate. No, bisognare sventrare e costruire scatole enormi, è veramente squallido al Policlinico (si salvano uno o due padiglioni, il resto è peggio dello ZEN) con un olore inverosimile un misto fra salmone, aragoste e rosso sangue che impressiona il malato, il paziente che ricordava dalla via Gaspare Palermo l’armonioso ingresso fra palazzine adeguate, alberi e viali discreti e ancora un agrumeto di fronte, che era la villa del seminario, poi espiantata per un campo di calcio e infine venduto per l’ennesimo palazzo informe.
Fate un giro istruttivo e vedrete, beandovi alla Feliciuzza altre scatole pronte all’uso con candido alluminio anodizzato e dello stesso oscuro colore sui muri. Che siamo tutti malati lo disse già Freud, ma così ci si ammala di bruttezza incurabile alla vista e agli altri sensi. I ”restauri” di singoli padiglioni sono poi un trionfo di pseudo colori diversificati e francamente incredibili e di sovrapposizioni degne di un manuale di architettura. Si dirà: serve spazio, le esigenze prima di tutto, i malati non vivono di bellezza ma di cure. A parte che la bellezza è terapeutica quanto lo sono i colori, era necessario invece un disegno organico e progetti sobri per padiglioni necessari mantenendo però e curando veramente il già esistente.
Ma che importanza può avere tutto ciò che narro per “intellettuali” e progressisti, ecologisti da strapazzo e politici? Il popolo guarda sconsolato i nuovi barbari tra noi e protesta in silenzio non votando. Come dar loro torto. Se un architetto o un urbanista per bene denunciano questo e altro con proposte radicali, toccherà forse loro un destino elettorale dello zero virgola qualcosa, pur onorevole sia chiaro, perché viggono in questa città le supponenze, le cordate clientelari e le congiure del silenzio come patti trasversali del nulla che dolorosamente attraversiamo nostro malgrado per ignavia, prepotenza e vera incultura altrui, sempre progressista però.
Ultimo consiglio per favore (come usa dire l’uomo vestito di bianco dal pugno di ferro a chi non consente alla sua personale misericordia) proporre subito un giro per la citta “redenta” che comprende tutte le periferie a cominciare dall’Albergheria. Basterà fotografare con una macchinetta di pochi euro e fare un bel reportage per dimostrare di cosa è capace la città accogliente. Ai prossimi ludi cartacei di queste autentiche e non sementabili realtà e disgrazie, pochi in solitudine riscorreranno, pronti gli altri e come sempre ad applaudire dalla pseudodestra, pseudocentro, e alla pseudosinistra, concretonulla, retori da strapazzo, politicanti veri e invenzioni da cabaret.
Reagire dovremmo. È l’abbiamo pure tentato da una vita. Ma pare sempre più una pura e pia illusione di solitari impenitenti  e dolenti.

Francesco Cangialosi, "L'isola dei passi perduti" (Ed. Nuova Ipsa)

di Tommaso Romano

Non era facile in 170 pagine di testo effettivo, potere scrivere un libro a partire dal viceré Caracciolo fino ai giorni nostri, sulla Sicilia dal punto di vista politico-sociale. Ci ha messo mano Francesco Cangialosi, già vice segretario dell’Assemblea Regionale Siciliana con un denso ed agevole saggio dal titolo L'isola dei passi perduti, che è come recita il sottotitolo una Storia istituzionale dell'Autonomia Regionale Siciliana, (Nuova IPSA Editore, Palermo, 2015), con una bella copertina tratta da un disegno di Alfonso Amorelli del 1952.
Impresa ardua ma riuscita nella sintesi efficace e nelle tesi esposte, che - grosso modo - ricollegano l'Autore al suo autorevole e colto prefatore, Pasquale Hamel che, apprezzando l'opera, in realtà declina il suo manifesto antiautonomista e antiregionalista, salvando Don Sturzo e le sue stesse personali ascendenze (oggi Hamel è iscritto al Partito Radicale). Tuttavia, oltre le cronache già note, Cangialosi tesse la sua idea di Sicilia con personale acribia, non disdegnando (anzi…) di intervenire con nette valutazioni e giudizi, sul terreno delle dispute. Al giudizio positivo e certamente condivisibile sul Caracciolo e il suo tempo, si passa in rassegna un secolo fino all'unificazione, con chiare note sulla Costituzione del 1812 e altrettanto pregnanti valutazioni sulla post-unità citando, ad esempio, D’Ondes Reggio e le sue forti e veritiere parole. Le tristi e non sempre "felicissime" vicende siciliane successive, la prima guerra, il fascismo lontano da ogni autonomismo e regionalismo con l'idea e la pratica dello Stato-Totalità, portano alla seconda guerra mondiale e alla liberazione (o invasione?) anglo-americana, al Separatismo e a tutte le problematiche da contestualizzare, anzitutto.
Sono le pagine più ricche e feconde del testo di Cangialosi che si sofferma poi sul Regio Decreto n° 455 del 15 maggio 1943 che porta la firma del Re Umberto II, talune linee un misconosciuto re sabaudo in Sicilia, riprendendo, Vittorio Amedeo II.
Certo, come fa Hamel nei suoi libri chiari e pregevoli sull'argomento e nella stessa citata introduzione anche perché ritiene, come chi scrive, un fatto positivo lo Statuto e un fatto largamente negativo la sua assai incompleta applicazione con il declino dello stesso istituto autonomistico, grazie a una classe imbelle succedutasi (eccetto i governi Alessi, Milazzo e Majorana, poi il senatore nel 1972 del MSI - DN) e spesso contigua a poteri centralisti e alla mafia oltre che assolutamente impreparata. La valutazione di Cangialosi su Milazzo e il milazzismo è senza appello. Oltre ad Hamel l'autore si riferisce a Giarrizzo e fa bene. Tuttavia la complessa operazione, prima dell’USCS di Pignatone e Milazzo, con il primo governo alternativo alla staticità amministrativa e politica è forse da rileggere. Bastino le testimonianze ampie di uno dei suoi attivi protagonisti, l'onorevole e assessore all'agricoltura Dino Grammatico, resa in un aureo libro edito ora da Sellerio insieme alle testimonianze di un Ludovico Corrao. Altra cosa fu il seguito. Tuttavia, il giudizio su Milazzo di Cangialosi è impietoso. Ne ha ben diritto, anche se chi scrive non lo condivide, proprio perché Milazzo fu esponente di un generoso tentativo, per quanto irrealizzato perché ostacolato proprio dai poteri forti e dalla Chiesa egemone
Noto di straforo che Milazzo concluse la sua umana avventura politica non nell'eremo (come tutti sostengono) ma nel Centro Politico Italiano dell'avvocato Carlo Francesco D’Agostino, i cui intenti lo stesso Milazzo declinò sul giornale del Centro, "d’Alleanza Italiana" e di cui mi sono occupato.
Anche l'azione di governo di Rino Nicolosi andrebbe rivisitata, senza il velo dei problemi che lo colpirono forse non a caso. Ma questo non riguarda la cavalcata felice di Cangialosi, che è persuasivo anche nella parte finale del saggio che si può racchiudere nell'affermazione efficace dell'autore.
La Sicilia "senza idee vaga nel deserto dell'immobilismo, della rassegnazione, del vittimismo".
Si può in tal modo giungere a una interrogazione dirimente: il fallimento dell'Autonomia (e qui concordo con Hamel) è palese e forse non ricostruibile o restaurabile, fra sprechi e palesi inefficienze, che pure - non dimentichiamolo, perché questa è la democrazia, a chi piace - è stata voluta dall'elettorato che ha scelto, ad esempio, un Crocetta.
L'altra tesi è la rifondazione dello Stato che, partendo dalla specificità che pure esistono e non si comprende il motivo per il quale bisognerebbe livellare e far diventare tutto "liquido" (secondo la definizione, che era critica di Bauman). L'unità si costruisce nelle differenze da armonizzare come un fiume vive di affluenti. Il problema è il riferimento autorevole, la continuità del potere temperato dai corpi intermedi (torna la lezione di Sturzo, tradita) e dalla presenza delle categorie, certo con spirito partecipativo e non egoistico. Simboli e miti, insomma, servono ad un popolo e ad una nazione tanto quanto l'efficienza. Senza un'anima un popolo muore. Come sta morendo il popolo siciliano, italiano ed anche europeo.
La vera modernità, lo dico provocatoriamente ancora, come da sempre sostengo non solo le teoreticamente, è la tradizione civile e spirituale la storia vera sprofondata da mitologie fasulle (gli arabi-berberi “civilissimi” ad esempio, in ciò concordando con Hamel in pieno).
Conclusivamente va dato atto a Cangialosi di un vivo e retto sentire civile che lo pongono certamente fra quei cattolici-democratici degni di stima e rispetto e che ci ha consegnato un testo ricco e onesto di notazioni e considerazioni che, come si è potuto leggere in queste note, non certo esaustive, aprono riflessioni e possibili scenari. Forse anche di una eventuale - anche se per chi scrive è assai improbabile - rinascenza.