martedì 6 giugno 2017

Prefazione di Salvatore Lo Bue al Volume di Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'insegna dell'Ippogrifo)

di  Salvatore Lo Bue

No, non è la terra desolata la terra del poemetto di Tommaso Romano. Aprile, in essa, non è il più crudele dei mesi, nessuno gioca a carte col destino né la morte trascorre vittoriosa tra i versi e le vite. Nessun Phlebas ha posto in questi incruenti, vuoti, adiposi giorni del primo decennio del nuovo millennio: il nulla si è riassorbito, non pretende una più o meno evidente origine: è, semplicemente, diventato niente, un niente da cui niente è e niente deve diventare.
Siamo diventati gli uomini vuoti, gli uomini impagliati cantati da Eliot, quelli “che poggiano l’un l’altro/ la testa piena di paglia”: tutte figure “senza forma”, tutti ombre “senza colore”, paralizzati dalla energia mai spesa, nei gesti privi di movimento.   
Gli uomini che non hanno occhi, che si svegliano soli, vivi “nell’altro regno della morte” che è l’anima senza sangue e il corpo senza spirito, perduti senza perdizione nel vuoto regno del niente.
E niente accade se non la vuota negazione in questa terra ormai più neanche desolata, perché anche la desolazione l’ha lasciata, e la tentazione stessa si è ritratta perché neanche degni di essere tentati sono gli uomini impagliati. Perché sempre “Tra l’idea/ e la realtà/ tra il gesto/ e l’atto/ cade l’Ombra. Tra la concezione/ e la creazione/ tra l’emozione/ e la responsione/ cade l’Ombra. Tra il desiderio/ e lo spasmo/ tra la potenza/ e l’esistenza/ tra l’essenza e la discendenza/ cade l’Ombra.”
Tommaso Romano punta il suo sguardo radicalmente nostalgico su questo nostro mondo nientificato. La sua nost-algìa è dolore del ritorno, rimpianto più che disincanto, desiderio di fuga più che viaggio. Il poeta sa, e ne rivela il dramma insipiente, che “è questo il modo in cui il mondo finisce/ non con uno schianto ma con un piagnisteo”, ma il piagnisteo evita, con una visione concreta, minimale, visibile del suo disagio originario. Orami il tempo è passato, a grandi passi si annuncia il tramonto e tutto si stempera nella piena consapevolezza della cenere che il tempo ha deposto, ma nella umiltà del poeta è compresa la sua fragile ma mai arresa denuncia dell’ideale perduto.

“Ora che il tempo
ti ha distaccato
da tutto
guardi e vivi quasi
da greco filosofo”
così fra strade
antiche e nuove
Montevergini, Albergheria,
Borgo e Serradifalco.
Ma quale greco e quale filosofo
volete che sia,
utile a voi, forse,
per incensare le vostre miserie
le pseudoscienze delle vostre frustrazioni
la “poesia” del vostro smarrimento
dell’incapacità a essere
se non la pagina in cui desiderate
onori immeritati
pagine di comparaggio
di miserie civettuole
sterco del maligno
che chiamate errore
e che amate trastullare
come un orpello bello
per la vostra miseria
infinita.
Sì, ha vinto il banale, “tutto ciò che ci incatena” prima dell’orizzonte, la speranze del mutamento, perché non è facile fondare “dentro di sé/ prima che in altri/ la libertà”. Ha perduto il cuore dell’uomo nell’universo mercificato, che contrabbanda democrazia e acquista tirannia, che ha rifiutato la tecnica, perché “tutto è relativo ormai/ e tutto è nulla annunciato/ nel deserto dei cuori”: Dio stesso è stato frantumato come l'antico Dioniso dalla specie titanica, perché sono tornati gli antichi Titani, i Giganti della montagna, i segreti Dominatori di una terra che hanno preteso senza vita e senza poesia. E che per primo hanno fatto fuori, perché unico ostacolo ai disegni del Male, il Salvatore, il Cristo dell’Amore, il Logos del principio, con la complicità dei mortali che adorano solo il denaro.

O Cristo,
sei venuto per nulla
profeta fra tanti
forse un po’ petulante
nella adagiata livellata consuetudine altrui.
O Cristo,
non t’immischiare
finché non ti sfrattano del tutto
per un minareto
o un teatro delle beffe
o un comizio
o per far prosperare topi infetti.
T’hanno sfrattato, infatti,
caro il mio Signore,
non conti nulla
- e forse è bene così -
non mischiarti
e lascia a pochi
e il sangue e il corpo,
pochi appestati
fedeli al sempre.

Così prende nuovo vigore, nel poemetto di Tommaso Romano, la profezia terribile della Leggenda del grande inquisitore di Fedor Dostoewskji. Se intollerabile è il peso della libertà (e Cristo è la Libertà) allora è necessario deporre il Messia ai piedi degli altari falsi e bugiardi, affidarlo alle cure di tutte le chiese perché possa essere anestetizzato, ridotto, umiliato, nuovamente deriso. Perché, in fondo, “Dio/ non solo non c’è mai stato/ ma neppure ha dato e creato/ men che meno nella rivoluzione/ di sé”; e nella trasmissione delle età, che cosa sono quelle antiche storie di salvezza se non “favole imbelli/ per bimbi di una volta/ con giglio e marsina”? E ogni pensiero libero è eresia, ogni libertà un oltraggio nella terra non più desolata abitata dal niente, perduta l’anima, dimenticata la legge, oltraggiato il cuore. Hanno vinto i Giganti della montagna, ha vinto il potere illuminista, l’idea di progresso ha perduto la strada dell’ideale, ha dimenticato il nome del cielo. Dai pontefici “nuovissimi” ai “nuovi potenti che odiano il genere umano” così sottilmente parlando per suo favore ma in verità spegnendo con cura la luce di ogni anima viva che resiste ma che prima o poi si spegnerà, tutto si perde, tutto diventa inutile, vacuo, disperante, mortale. Quale mondo ci attende ora che tutto come sempre continua, ora che niente si ferma e precipita nell’abisso orrendo dell’oblio? Perché niente vale, non c’è più futuro e niente vale la pena.

Non vale pena alcuna
la testimonianza
non si quantizza, non rende
strano il testimone isolato
cantore di Verità,
ma la verità non esiste
quando lo capirai veramente, siamo seri,
l’apocalisse è soltanto un testo letterario
pensa piuttosto a tesaurizzare
il resto si vedrà
se vuoi non perdere
il preziosissimo tempo passato a pensare,
dopo vedremo
non si può
favoleggiare
il futuro
dato che forse la morte
presto s’annullerà,
stiamo alacremente lavorando al fine
tutto s’allunga
non si sa per qual fato,
intanto, lavorare
per l’ingranaggio infallibile
non pensarti mai
lavora
produci sempre più,
la stanchezza non esiste
se non per gli eletti
gli unti del dio terreno massimo,

In questo mondo dominato dalla assenza del Logos e dalla potenza di una vuota Comunicazione che niente comunica e tutto decide e impone che cosa resta allora? Morire? Arrendersi? Resistere? Illudersi? Credere? Fuggire? La terra degli uomini vuoti è potente perché niente più della vuotezza concede spazi al Male. Ma al poeta che resta?
La Parola non muta, la bellezza è luce e verità. L’anima del poeta è già salva fin dal principio. Ma occorre un riparo, uno spazio in cui la Luce possa essere custodita, in cui la Vita appaia nello stesso tempo ma in tutti i tempi diversi che la con pongono.  
Occorre una stanza del cuore, che sappia reagire all’oltraggio di una società senza scopo, alla invidia degli uomini vuoti, dove attingere l’olio che alimenti la lampada del cuore, dove essere e ritrovarsi intatto come in principio, come quando la sorgente ha cominciato a scorrere e l’acqua della nostra anima era pura, trasparente, appena battezzata dalla speranza. Perché la salvezza è anche un luogo e il regno dei cieli possiamo costruircelo sulla terra, se racconta delle stelle fisse di tutta una vita, delle irrinunciabili essenze che governano ogni bene e la felicità.
Tommaso Romano ha costruito la Casa della Poesia, il suo piccolo regno dei cieli nella sua casa-studio-sacrario di Palermo.
Egli, il Des Esseintes senza disperazione e senza turbamento, traducendo perfettamente senza deviazioni ideologiche la poetica decadente, a saputo trasformare in poesia la sua vita, in arte il suo tempo, in casa la sua anima. Entrando nel tempio sacro della sua unicità, ha reso unico il suo transeunte presente in un presente senza tempo che sintetizza la storia come memoria esperita e mai perduta, che si rinnova in oggi oggetto, quadro, disegno, pittura, scultura che accorcia i tempi e sfiora l’eterno. Il miracolo di questa casa che è il regno dei cieli che ha saputo creare sulla terra d’esordio e d’attesa della sua vita è lo stesso miracolo di questo poemetto che sintetizza, come fosse già scritto da tempo e ora emerso, la storia di un’anima.
Non sono piccole cose, di certo non di pessimo gusto. Non vive Gozzano in questo spazio ideale, platonico, della casa del poeta. Vive l’Idea. Che l’Arte sia più della vita, oltre la vita, prima della vita, come l’Idea nella pianura della verità è eternamente “prima” della cosa in cui si incarna. Che la poesia possa essere una costruzione di memorie non solo trascritte su foglio, ma raccolte sulla strada del mondo, sul cammino a volte doloroso della memoria. Si, il tempo si è fermato dove ha preso dimora la Memoria. E presto il Viandante-Poesia la raggiungerà e abiteranno per sempre insieme, nella stanza miracolosa.
Qui, nel regno dei cieli di Tommaso Romano, “l’esilio delle cose ha una Patria, l'eletto spazio sacro perdona tutto ma non il banale. Qui il mondo si perde, gli uomini restano, per Dio è disposto un altare. Se la sua casa è il Tempio di Tommaso Romano, egli ne è l’altare maggiore, la luce del cero pasquale che non si spegne.
La casa del poeta, il suo regno dei cieli, è l’Unico composto, l’organismo della memoria e della vita vivente nei frammenti raccolti: oggetti-frammenti, kairòi pindarici, elementi di quell’intero dissipante che è il trascorrere delle acque del tempo qui fermate per sempre.
Ma tutto passa.
Ahi, misera passasti.
Nerina è la Vita. Il soffio. Il divenire travolgente. E come un sogno fu la tua vita... E come un sogno è la nostra vita. Così, alla fine il Grido... “Non bruciate le carte,/ non bruciate questo mosaico,/ non smembratelo,/ non disperdetelo/ è amato come perfezione possibile/ s’accresce come Graal d’anima mia/ ... Pietoso grido di chi sa che ha un destino di morte... Ma che di chi non sa che il regno dei cieli non muore mai. E il tuo regno dei cieli lo hai reso eterno, Tommaso, mio amico, in questa invocazione mistica, di cui “resteranno le parole”, perché questo “poemetto d’Ottobre, inattuale” è una al vento, al Vento che dove vuole spira, e ogni cosa che tocca eterna.




Gli Atti dei Convegni palermitani su Cristianesimo e Islamismo editi dall'ISSPE

Vede la luce dopo ventisette anni dall’ultimo degli “Incontri tra Cristianesimo e Islamismo” un volume di circa duecento pagine edito dall’ISSPE-Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici (dopo la presidenza di Giuseppe Tricoli, Dino Grammatico, Ciccio Virga, di chi scrive, ed ora di Umberto Balistreri) dal titolo Sacro e Profano. Per un incontro tra Cristianesimo e Islamismo, con il patrocini dei GRE-Gruppi Ricerca Ecologica e della Fondazione Thule Culturale e con la cura attenta di Pier Luigi Aurea e Umberto Balisteri, ambedue animatori dei Convegni palermitani del “Circolo di Cultura Mediterranea” e della rivista “Sacro e Profano”. Il volume – corredato opportunamente di fotografie dell’epoca con personaggi e studiosi autorevolissimi convenuti a Palermo nel tempo – dà conto degli atti dei convegni ricordati, dei Premi Mircea Eliade e del “Solanto”. Si apre, il bel volume con una introduzione di Aurea e si conclude con una nota di Balistreri ambedue utilissime per inquadrare l‘importanza degli eventi e il grande contributo di studiosi e ricercatori sia accademici, che esponenti del mondo cattolico e islamico, quanto di cultori e ricercatori. Mi pare opportuno riportare la sintetica, ma assai pregnante, introduzione di Pier Luigi Aurea: «L’obiettivo principale di “Sacro e Profano” fu quello di costruire uno strumento di studio e di divulgazione delle tematiche, che in senso lato, si definirono religiose. E la rivista non intendeva inserirsi nel novero delle pubblicazioni specialistiche, ognuna delle quali svolgeva egregiamente il ruolo di approfondimento scientifico, ma di creare un veicolo di aggregazione, prima di tutto tra loro che già si incontrarono e stimarono nel corso di vari convegni e riunioni, e poi tra tutti coloro che, pur da diverse ottiche e da diversi bagagli culturali, consideravano il sacro la vera essenza della realtà e la via religiosa l’unico scopo dell‘esistenza umana. Alla rivista del Circolo Culturale Mediterraneo, sorto nel dicembre del 1981, collaborarono e diedero la loro adesione personalità religiose, esponenti del mondo accademico e intellettuali di varia estrazione culturale, ma tutti aperti al dialogo, che significò, e significa, capacita di ascoltare ed accettare nel massimo rispetto le idee e le esperienze altrui.
Sono due gli atteggiamenti che si rifiutarono in senso assoluto: il settarismo e il sincretismo confusionario. Entrambi gli atteggiamenti, che sembrano opposti, in effetti rappresentano le due facce della medesima medaglia, poiché indicano in fondo una scarsa saldezza di principi, in quanto il settarismo, nel suo arrogante rifiuto di qualsiasi confronto di idee e, anzi, nell‘impedire la possibilità di esprimere opinioni divergenti, dimostra l’incapacità di difendere le proprie idee in un confronto franco e libero. Allo stesso modo si rifiutò il malinteso dialogo, oggi molto di moda, che tende a confondere i riti, le preghiere, etc. nella ricerca, non certo dell’unità e della sintesi, che implicano un punto di vista superiore - metafisico - ma nella ricerca di punti di incontro tra le varie tradizioni religiose al livello più basso: sociale, sentimentale e, al massimo, morale. Già altre volte abbiamo affermato che consideriamo le diverse religioni ortodosse come delle vie, con i propri dogmi, i propri riti, la propria etica, indicanti il cammino verso l’Assoluto. Da cattolici quali noi siamo, e ci sentiamo profondamente, consideriamo il credente di religione musulmana o ebraica o di qualsiasi altra religione ortodossa non un nemico da combattere, ma una persona che segue una via diversa dalla nostra per raggiungere il medesimo fine ultimo. In questa ottica, il riuscire a cogliere con la massima apertura d’animo la profonda spiritualità espressa da tradizioni diverse dalla nostra, non può che rafforzare e, talvolta, permettere anche di capire meglio la via spirituale che ognuno di noi segue.
E la rivista(1982-1991) si collegò strettamente all’attività che il Circolo Culturale “Mediterraneo“ svolse nella direzione di un‘opera volta a risvegliare la dimensione del sacro. Il titolo stesso - Sacro e Profano - mostra chiaramente come gli argomenti affrontati - con una campionatura essenziale presentata nel presente lavoro pubblicato dall‘ISSPE - interessano non solo le tematiche religiose in senso stretto, ma tutti gli argomenti possibili (letterari, storici, scientifici, di costume) purché affrontati da un’ottica - per cosi dire. Trascendente.
Per colui che crede in Dio - per l’uomo normale - non esiste nulla che non abbia un significato sacro. Il termine profano, pertanto, deve essere inteso nel senso di quegli aspetti della realtà che la cultura ufficiale e la civiltà attuale, volta ad un processo di secolarizzazione sempre piu accentuato, considerano staccati da ogni visione trascendente, ma che la rivista affrontò esclusivamente da una prospettiva metafisica».
Come si è potuto leggere un piano di conoscenza reciproca fra le due grandi religioni del Libro (senza ovviamente escludere l’Ebraica che è base spirituale ineludibile per tutti i Monoteismi) attraverso l’ottica di penetrazione sui temi nodali, ma adoperando un metodo che, se avesse fatto ulteriore scuola, non avrebbe allontanato ma vieppiù fatto comprendere le convergenze e divergenze partendo però da quel Dialogo dello Spirito, che fu il tema che trattai e che è riportato, insieme agli Atti, editi delle edizioni Thule, sempre da me dirette a partire ad 1971. [Segnando la cronologia faremo memoria dei luoghi, dei temi e della personalità intervenute nel tempo dal 1982 al 1990.
Il primo Convegno si svolse l’11 e 12 Dicembre 1982 a Mondello, al Palace Hotel, sul tema “Incontro fra Cristianesimo e Islamismo come soluzione alla crisi del mondo moderno”. Gli atti furono editi de Thule (e sono ora anch’essi ristampati), vi compaiono testi nel volume generale di cui occupiamo di Aurea, del Cardinale Salvatore Pappalardo, di Mentor H. Cionku – Gropa, di Alessandro Bausani, di mons. Crispino Valenziano, Bent Parodi, Umberto Balistreri, Roberto Rubinacci, Pio Filippani Ronconi, P. Anselmo Lipari, Abd Al Wahab] Pallacivini, George C. Anawati, Abdel Wahab Bouhdida, Giuseppina Igonetti, Vittorio Vettori, Mourice Borremans, Janette Najem Sfeir, Gianni Allegra, Andrea Borruso, Giuseppina Igonetti, Vintila Horia, Claudio Mutti, Thomas Michel, Janette Najem Sfeir, Andreas Salama, Salvatore Maria Sergio, Khaled Shamir, Elémire Zolla, Giulio Basetti Sani, Franco Cardini.
Una schiera di grande e robusta qualità intellettuale (anche se vi fornisce solo l’elenco), a cui vanno aggiunto altri protagonisti di cui non sono stati possibile rivenire i testi: Giulio Bonafede, Giovanni D’Espinosa, Fausto Gianfranceschi, Giuseppe Tricoli, Gaetano Catalano, Pierre Andrè, Antonio Osnato, Alessandro Musco, Piero Scanziani, Adolfo Morganti, Maurizio Graffeo, Giuseppe Rovella, Claudio Mutti, Dino Grammatico nonché di Consoli, Ambasciatori della Lega degli Stati Arabi e di altri Stati, scrittori, docenti, giornalisti.
Altro indiscusso protagonista fra Mircea Eliade – a Palermo nel per ritirare il “Premio Internazionale Mediterraneo”, curato da Nino Muccioli con la Giuria di cui fecero parte – presidente Mario Sansone, e che riuscii a fare partecipare con un intervento pubblico, al Convegno cristiano-islamico. Restano fotografie e una splendida intervista di una intera pagina rilasciata al “Giornale di Sicilia”, autore il non dimenticato Bent Parodi Morto Eliade, si sembrò buona cosa dedicargli un Premio da assegnare a latere dei Convegni, che presiedetti per quattro edizioni, anch’esse memorabili, anche per l’altissima qualità dei premiati e della Giuria. Nel 1987 fu inseguito il filosofo cattolico Augusto Del Noce e la cerimonia ebbe luogo nell’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza; nel 1988 a Elèmire Zolla complesso indagatore della religioni saggista e narratore, il premio fu consegnato nella sede della Fondazione Chiazzese, nel 1989 assegnammo il Premio a Pio Filippani Ronconi autentico erudito, cattedratico; nel 1990 si rese onore con il Premio Eliade al Prof. Roberto Rubinacci, islamista e ordinario all’Università di Napoli. Fra i componenti della Giuria Allegra, Pierfranco Bruni, Grisi, Alfio Inserra, Lucio Zinna, Orazio Sbacchi, Balistreri, Dino Grammatico Muccioli, Giafranceschi, Orazio Tanelli.
Nel 1997 e nel 2000 si rivolsero a Santa Flavia due edizioni del “Premio Solanto”, ancora presidiato da chi scrive. Premiammo scrittori, giornalisti e artisti internazionali quali Romeo Magherescu, Pina Lupoi, Paolo Erasmo Mangiante, Roberto Andò, Mario Azzolini, Giuseppe Quatriglio, Pino Giacopelli, Sebastiano Tusa ed altri intellettuali esponenti del genius loci come Carlo Puleo, Angelo Restivo, Lo Iacono Battaglia, Pippo Ferreri.
Il resoconto proposto, può apparire un elenco arido di nomi noti o meno celebrati, nonché di studiosi e addetti ai lavori. Potremmo invece continuare con la ricca schiera di collaboratori alla rivista “Sacro e Profano”, che uscì, in bella vesta tipografica, in quegli stessi anni. Ma si rimanda senz’altro al volume che dà conto meticolosamente e scientificamente di tutto questo e di tanto altro.
Va detto, però, che quella che abbiamo ricordato fu in realtà una vera e propria impresa intellettuale e morale e un raro esempio di equilibrio, di reciproca amicizia e comprensione religiosa e culturale, senza scadere nella spirituale disputa, nella demagogia dei forcaioli o nel sincretismo che vede con un colpo di penna annullare le peculiari e vitali specificità delle identità civili e religiose. Uno sforzo corale, che vide in Aurea e Balistreri gli appassionati e generosi alfieri, a cui - da partecipe attivo del progetto - va la mia amicale riconoscenza di studioso, nel ricordo di tanti Amici, seppur scomparsi da anni, che restano autentici testimoni di una fervida stagione, che vide in quegli anni Palermo al centro del Mediterraneo, non per trasbordare nell’irenismo e nel dialogo a tutti i costi, quanto per vivificare la conoscenza e la fede.


Tommaso Romano 

venerdì 5 maggio 2017

Giornata Nazionale dell'Arte dell'UCAI-Unione Cattolica Artisti Italiani a Palermo nella Chiesa di san Giiorgio dei Genovesi Sabato 6 Maggio

L'INTRODUZIONE AL VOLUME  
 Far dialogare i linguaggi e metterli in relazione è sempre stato un compito a cui ha atteso l’U.C.A.I. e che questa stessa rassegna propone ancora come esempio alto e confronto, anzitutto, spirituale, tra artisti che non credono alla loro onnipotenza ma si richiamano ad una fede trascendente che piuttosto li valorizza senza albagia. 
   L’artista, infatti, è un facitore di ponti fra la realtà e il suo essere e il manifestarsi idealmente nella realtà stessa, attraverso le proprie opere.
  Chi sostiene la scissione e l’autonomia dei linguaggi settoriali nell’arte, ha certamente una visione parcellizzata e non organica della creatività che gli deriva, invece, da un Dono che lo trascende e che egli stesso può affinare nella ricerca di un continuo perfezionamento. 
   L’arte ha così una specificità redimente che va perseguita o facendola e svolgendola come atto o fruendola come balsamo spirituale. 
   Tuttavia, è dalla natura che apprendiamo il significato profondo del fare arte, non solo come imitazione, ma come ri-creazione ideale e concettuale. 
   Ora, davanti allo svolgersi contraddittorio della modernità e all’avvento del nichilismo, l’arte diviene sempre più una necessità etica ed estetica al contempo, in grado di costruire possibilità di umanesimo che resiste alla barbarie. 
   A patto però che l’arte non diventi insensato minimalismo, incoerente pragmatismo, ricerca spasmodica del brutto. E ciò vale in tutti i domini in cui l’arte si manifesta: la pittura, la letteratura, la musica, la scultura, la parola filosofica, la cinematografia, appunto in manifestata unità, in oltreprassi, in autentica liberazione dall’ovvio.
   Anche i luoghi, come il castello a mare di Palermo, hanno un eminente significato simbolico, per ciò che rappresentano storicamente e per quello che metaforicamente ci propongono come riflessione ulteriore sull’esserci, sul divenire e sul nostro stesso destino. 
   Affidare il talento, quindi, non al narcisismo ma alla perennità cosmica è non solo auspicabile ma compito doveroso per ridare senso e significato ad ognuno, in grado di umilmente discernere e di potere rendere così testimonianza alla bellezza, alla natura, all’unicità della vita, che Dio ci ha consegnato e che abbiamo il dovere di preservare e affermare senza necessariamente piegarci alle mode e al tempo oscuro che viviamo. 

Tommaso Romano


lunedì 27 marzo 2017

AVVISO URGENTE - Cambio sede della Presentazione del libro di Elio Corrao

Per ragioni non dipendenti dalla Nostra volontà, preghiamo di prendere buona nota che la Presentazione del libro di Elio Corrao, HEL e altri racconti e successivo concerto, non si svolgeranno alla Libreria Mondadori di via Ruggero Settimo, bensì nella Sala Convegni dell'Hotel Mediterraneo, via Rosolino Pilo 43, a 50 metri dalla precedente sede, invariato l'orario, ore 17:00 e i Relatori.


sabato 25 marzo 2017

La luce del mito secondo Marcello Veneziani

Se ci fosse uno Stato serio in una Patria colta, partecipata e orgogliosa della sua identità, fucina di idee e di valori condivisi e autorevoli, riconosceremmo a Marcello Veneziani ciò che è stato tributato, da latitudini ideali diverse almeno nell’ultimo secolo, ad esempio ad un Benedetto Croce, un Giovanni Gentile, un Antonio Gramsci, a volte durante la loro vita stessa.
Ma siamo nella bella Italia del dolore ostello, come direbbe il Padre Dante, e ingnoriamo o cancelliamo la intelligenze vive, scintillanti, preziose.
Si marginalizza nelle frange, si legge poco e si studia meno, si affibiano cliches di zinco sempiterni e scontati, si odiano le passioni nette, forti, le scritture eleganti e incisive, il buon senso e il culto della icone della bellezza e della tradizione. Una iconoclastica infame e miserabile.
Perfino coloro che dovrebbero cercare l’Arca smarrita nella riva libera e in quella destra, impegnati come sono nel loro “particulare” vuoto pneumatico, come chiusi in un fortino di cartapesta, al massimo concedono qualche cenno, una labile recensione, un dibattito sul come eravamo. Vili e nani nel cervello, bisce nella vita.
Non troveremo Veneziani neppure paludato, in onore, ai Lincei e non sappiamo peraltro se sarebbe stato accolto alla Reale Accademia d’Italia.
Destino dei grandi. Sì, perché Marcello – classe 1955 di Bisceglie, vivente tra Roma e Talamone - è un grande scrittore, un pensatore eccellente, uno studioso attento, un pensatore autonomo e profondo, un saggista verace e commentatore televisivo, opinionista e giornalista mordace. E questo non va certamente a genio ai minuscoli camaleonti, agli scrittori e soprattutto ai critici gonfiati artificialmente nella greppia di laboratorio, ai protetti delle mafie saccenti delle egemonie culturali, agli accademici laureati di Metastasio e ai copisti imbelli di tesi di laurea altrui.
Che fare? Almeno dichiarare la verità.
Ho letto tutti i libri di Marcello Veneziani, avendo avuto anche l’onore – che vale l’intera avventura editoriale di Thule (si è tanto originali nell’ambiente, che hanno perfino tentato di copiarne l’etichetta viva ,vegeta e operosa sin dal 1971, pensate l’originalità e l’immaginazione a quale potere possano aspirare!). di pubblicarlo per primo nella periferia del decadente impero, qui a Palermo, nel 1976 con la sua Ricerca dell’Assoluto in Julius Evola.
Da allora, Veneziani ci ha consegnato un intero, raffinato scaffale, ricco di meditazioni, riflessioni costanti, memorie, narrazioni, interventi. Ha diretto settimanali, periodici, animando cenacoli, fondazioni e imprese nobilmente donchisciottesche e quindi autentiche.
Un riferimento, anche di stile umano e letterario, è stato ed è Veneziani.
Testi memorabili i suoi, che si incrociano con gratitudine nella memoria, quali architravi possibili e disponibili per avviare, almeno, una rinascenza delle idee che si fanno azione (Jean Ousset) che, a parole, tutti  auspicano e a cui pochi mettono mano in realtà con sudore, fatica e costanza.
Ne ricordo solo alcuni, di questi volumi di Marcello Veneziani, per me paradigmatici a cui peraltro ricorro spesso, ricordando inoltre le molte occasioni di presentazioni, dibattiti, incontri in tanti angoli e anfratti dell’isola e della penisola: Processo all’Occidente, La rivoluzione conservatrice in Italia, Comunitari o liberal, Di padre in figlio, USA e costumi, Elogio della Tradizione, La cultura della Destra, La sconfitta delle idee, Contro i barbari. Il secolo sterminato, Sud, I vinti, Rovesciare il ’68, Dio, Patria e Famiglia, Dopo il declino, Lettera agli italiani e, ancora, dopo questi saggi di filosofia politica e analisi metapolitica, non meno importanti i volumi curati e quelli antologici, fino ai nodali dedicati a temi esistenziali, con saggi filosofici e preziose scritture letterarie, come: Vita natural durante, La sposa invisibile, Il segreto del viandante, Amor fati, Un’ora d’aria, Vivere non basta, Anima e corpo, Ritorno a Sud.
Adesso, dopo aver letto e assaporato Alla luce del mito. Guardare il mondo con altri occhi (Marsilio, 2017), si può confessare di restare francamente incantati dalle straordinarie capacità  di Veneziani di condensare, con rara efficacia, ciò che altri studiosi hanno invece consegnato in tomi e volumi, a volte illegibili o mal digeribili, tronfi di petulante specialismo.
La prosa aforistica di Veneziani è invece sempre persuasiva nella profondità, in grado di avvincere con stile letterario e linguaggio personalissimi, seppur debitori, fortunatamente, di una lirica classicità. All’uomo di oggi, scrive Veneziani, “il mito non offre profitti ma fondamenti, non assicura vantaggi ma significati. Dona bellezza, irraggia gli eventi e illumina i volti”.
Il mito è ordine nella bellezza e tutta l’umana avventura ha come origine e come perpetuità il mito: l’amore, l’infanzia, la storia, la politica, ma anche il cinema e la pubblicità, gli atti significati della nostra vita. Nel triste oblio del pensiero filosofico e delle certezze una volta sostenuti dalla religione, davanti a scienza e tecnica egemoni non ci resta, dice Veneziani, che il mitopensiero, come orizzonte e bisogno, odierno e non antiquario, che comunque sopravvive, nel disastro della modernità, nel “deserto del sistema globalitario”. Il mito non è ipotesi, è una trascendenza possibile e non incapacitante, un bisogno di bellezza oltre il naturalismo, per un racconto profetico che unisce ieri, oggi e domani e serve  per elevare l’umano oltre l’economicismo, le oligarchie finanziarie, l’utilitarismo e la povertà dei contenuti specie nella politica odierna, che vivacchia senza grandi idee e motivazioni e con progetti debolissimi, mortiferi di delocalizzazione mentale, come uso dire.
Dai Greci ad Enea, a Dante a Petrarca, dalla grande musica all’arte possiamo ripercorrere le vie che evocano, non solo per conservare ma per riscoprire lo spirito, il sogno, per una “pedagogia di massa per educare agli esempi”, ai modelli da riscoprire e valorizzare di ciò che è “attiguo alla realtà”, diventando visione del mondo, di contro alle mitizzazioni negative, alle mitomanie imperanti, del subumano, al falso buonismo elevato ad assoluto, obliando il senso dell’equità e della giustizia.
Il mito non è la verità ma aiuta a scoprila, e non è un’invenzione o, peggio, una finzione è, dice ancora Veneziani, “la vista ulteriore che trasforma il nostro sguardo e apre altri orizzonti”, e ancora, “il mito è illuminazione. Non si basa su fatti, esperienze e giudizi, ma li illumina e li dota di senso, visione e destino. Oscurantismo è pendere dalle sole labbra della ragione”, dopo “i dubbi della ragione critica”, È, in sostanza, il “narrare e il pensare il mondo con altri occhi, sotto altra  luce”, e al contempo, seguendo Vico, è l’universale che investe ogni civiltà, ed “è cosmico, non è geo-storico”, si tramanda, può “fondare un nuovo sapere” sulle rovine.
Ed ecco perché, aggiunge profeticamente Veneziani, “Occorre un pensiero possente per affrontare la tecnica sconfinata e la mega-macchina. Il pensiero logico- matematico, al pari di ogni filosofia della  Praxis, conduce alla tecnica. Il pensiero da solo non riesce a competere se non si apre all’universalità dei miti, preparandone l’avvento. Solo un pensiero mitico potrà sfidare il potere sovrano della tecnica (e della finanza). La potenza autonoma di un’altra origine, di un’altra sovranità con un’altra destinazione”.
Quando i lavoratori fanno finta di fare gli insegnanti e ricusano il ruolo di educatori perché incapaci, cominciano ad impartire agli alunni da motivare eventualmente, luoghi comuni e discettano che l’avvento della filosofia fu, finalmente, “il superamento del mito, delle narrazioni fantastiche, dell’epica” che avrebbero oscurato l’avvento, finalmente, della ragione liberatrice dalla caverna, appunto, del mito, in tal pessimo modo il tragico si sposa con il grottesco, per terminare nel delirio dell’ombra della ragione, che infatti così produce mostri. “La perdita del mito genera ectoplasmi depressi o almeno annoiati. Senza mito la vita gira a fari spenti nella notte”, nel “buio del pensiero negativo”. Per questo Platone induce a ricordare, perché ogni conoscenza è reminiscenza, della baconiana sapienza degli antichi, e così che si dota una comunità di un “autobiografia ideale”, facendo coincidere, con Schlegel e i Romantici, la mitologia con la poesia che universalizzano l’esperienza oltre l’individualismo egoistico. È, in sostanza, lo stato aurorale che pervade. Dice ancora Veneziani, e noi lo sosteniamo dal nostro punto visuale mosaicosmico: “Il mito a noi appare il ritorno all’armonia del Kosmos, una forma ideale di ordine dell’universo, tutto meno che un caos: ogni cosa trova il suo rango e la sua spiegazione e si colloca come epifania ricorrente nell’ordine perenne del mondo. Non confusio ma connectio”.
Il mito è quindi extratemporale,
supera il tempo e le strettoie dell’io, gli altri sono futili surrogati temporanei propri del sistema della menzogna e della degradazione del piacere, come diceva Fausto Gianfranceschi, che drogano l’esistenza anche con la peste chimica e con quella che si spinge all’indifferenza impotente.
L’incalzante e  affascinante scrittura sapienziale di Veneziani non si limita a percorre sentieri che possono sembrare solo astratti o ideali, indaga e propone di rimeditare, nella pratica del divenire, una sorta di risacralizzazione di tutto ciò che può rendere armoniosa la città di vita: la musica, la poesia, il gioco, la pittura e la scultura, l’eros, lo sport, il grande stile nell’architettura e nell’urbanistica, l’atto gratuito del pensare oltre le proprie condizioni o frustrazioni, che non deve essere separato però “dal desiderio puro e gratuito di farlo, di cimentarsi”. Una purificazione possibile, che trova nel rito battesimale la liberazione dal peccato originale per redimere “la creatura dalla sua impurità nativa e restituirla al candore”, anche se “la purezza è fugace come la vita dei gigli”. Ma, attenzione, non bisogna confondersi con il naturalismo storico di un Rousseau, infatti il mito della natura è un mito moderno, non arcaico e per giunta artificiale. La natura non è pura ma va purificata, come tutto ciò che nasce al mondo. In origine è impura e feroce, come gli animali che la popolano e gli elementi che si scatenano; la natura è anche escrementi e lordure, è tutto ciò che è ancora grezzo, crudo e incolto; è l’opera umana, è il fuoco che cuoce e purifica, è l’acqua con il sapore che la deterge, sono la società, la storia, il rito, il processo chimico a redimerlo, detergerla, purificarla”.
Falsi miti accompagnano le nostre pene quotidiane, costruite a tavolino con scientifica precisione dagli strateghi perversi del villaggio globale, dagli illusionisti di falsi paradisi perduti e ritrovabili nell’illusione alimentata nella corruzione, nel vizio e nella trasmutazione antropologica e genetica (si pensi soltanto alla diminuita potenza procreativa del maschio e ad una generalizzata femminilizzazione che si propone con crescenti campagne mediatiche o quasi terroristiche nel nome dell’indistinto, della liberazione  sessuale assoluta e del progresso senza limiti, che fanno pure arrivare a registrare punte record di violenza a tutti i livelli, spesso senza alcune o risibili).
Non è quindi la luce del mito da riconquistare, una pretesa di purezza assoluta, aggiunge Veneziani, la quale invece si “accompagna di solito al fanatismo e all’utopia del paradiso in terra, cioè della perfezione nella vita e nel mondo. Talvolta la contaminazione, l’incrocio, è una ricchezza per le persone, i popoli, le cose rispetto la persistenza inerte nella purezza. (…). La vita  stessa sorge dalla combinazione delle differenze, dall’incrocio tra due corpi e due vite; la fecondazione è un’ibridazione tra un seme e un ovulo. Vivere è mescolarsi, la vita stessa sorge dall’incontro fra diversi. Parole chiave, assai chiare, contro ogni razzismo, ogni teoria aprioristica, a favore della vita. La pretesa di ridurre nel numero l’umanità, porta alla crescita sottozero, voluta da tempo immemore dallo gnosticismo laicista e libertario di falsi e scienziati che, invece, applaudono allo svuotamento “umanitario” di interi continenti onde sovvertire le feconde identità e costruire  una pseudo e sradicata cittadinanza mondiale con un governo dei “puri”, mondialista a guida tecnocratica.

La società perfetta è solo possibile nella mente di utopisti e futurologi senza realismo rispetto all’umano e sfocia o nell’impotenza a migliorare l’esistente o, peggio, nelle ghigliottine giacobine degli “illuminati”, degli “incorruttibili”, senza inoltre dimenticare che il perfettissimo è pure considerato dalla Chiesa stessa – almeno fino ad oggi, perché la mutazione investe radicalmente anche l’Ecclesia tutta – un peccato. Ascendere, aspirare alle vette, purificarsi, contemplare, ricercare e godere la luce sono, invece, vettori possibili di orientamento, necessari all’umano che, con la pratica della virtù, vuole sinceramente migliorarsi ed elevarsi nell’ambito di un consorzio civile.
L’esortazione evangelica vale, a tal guisa, ancora: “essere come serpenti e candidi come colombe”.
Tuttavia, nessuno può pretendere di possedere il monopolio della verità, pur sussistendo la Verità e il suo Principio, e Marcello Veneziani non manca di riferirsi, nel suo libro, anche e giustamente a San Tommaso d’Aquino e a Vico.
Certo “il pensiero mitico non offe soluzioni né affronta problemi ma cerca vie d’uscita, una volta compresa l’essenza tragica della vita, che non ha scampo. È la religione a prospettare soluzioni, è il pensiero critico a sollevare obiezioni. Il mito non pone obiezioni è una via d’uscita dal mondo, dal tempo, della condizione umana. Non fa della vita il valore supremo e il paradigma assoluto, perché è destinata a finire, come tutte. Se la vita decade e infine cessa, il mito invece continua. La vita si proietta nel mito. È, in sostanza, il costante riferimento di Veneziani che si coniuga con l’amor fati, con un destino che ci trascende. Il mito è, quindi, in tale ottica “visione dell’invisibile”. Per questo bisogna, oltre e contro il nichilismo, poetizzare la vita, con mente eroica, interrogare il Mistero e nutrire fiducia nel Ritorno che, per il cristiano, è la Parusia, il rimanifestarsi in terra di Gesù Cristo.
Per queste e molte altre ragioni Veneziani, con il tono solenne che si addice alle grandi e decisive opere, scrive: “Il mito attualizza l’eterno, eternizza l’attuale. Esporta la terra in cielo. È un ponte e consente passaggi di sponda altrimenti impossibili”.
Quante suggestioni, spunti, suggerimenti, confronti, non banalmente intellettualistici, suggerisce Veneziani con questa e con l’opera sua intera fino ad oggi e che, ne siamo certi, si arricchirà, magari rileggendo da par suo, la forza anagogica che è pro­pria pure del simbolo. Senza, sia ben chiaro, oltre l’indiscutibile ammirazione, far diventare imperativo il suo pen­siero come ideologia totalizzante, insieme alle sue fervide ricerche, ai suoi studi, alle sue interrogazioni, alle sue splendide proposte e visioni. Non per amore di relativismo, né per riserve sorprendenti e dirimenti. Solo perché la lucentezza può meglio rivelarsi all’anima con apporti plurali, come nel collaudato metodo seguito dallo stesso Veneziani, perché non antitetici.
Ed è questo- fuori dagli schermi dell’ovvio o del fanatismo che non ci riguardano - che Marcello Veneziani ci propone costantemente di fare, per conservare almeno il senso e la verità della Bellezza.

Una lezione, insomma.